45 anni di Visione e Passione - 1980-2025 | Lezioni di vita guadagnate sull'asfalto.

Anche leggere è un gesto che rivela chi siamo. C’è chi attraversa un libro come attraversa la vita: di corsa, senza toccare nulla. E poi c’è chi si ferma, guarda, ascolta. Questo libro non cerca attenzione: la merita. Perché non è stato fatto per intrattenere, ma per essere abitato, come un campo da gioco sotto il sole.

Questa non è una lettura comoda. Non ci sono paroline dolci, né scuse per chi ha scelto la via facile. Se cerchi il conforto della moltitudine, questo libro non è stato scritto per te. Qui c’è solo il silenzio di una matita abbandonata e il rumore di una verità che non fa sconti, una verità vissuta sulla pelle, senza garanzie. Perché a volte, almeno per chi scrive, trovare l’uomo significa avere il coraggio di restare soli contro una moltitudine che ha scelto di non vedere.

'Quando il saggio indica la luna, lo stolto guarda il dito'.

Se ti offendi per queste parole, forse sei troppo occupato a guardare il dito mentre la luna ti sta già cadendo in testa.


BASKETBALL REAWAKENING

‘Se ho visto un po’ più lontano è perché sono salito sulle spalle dei giganti’.
- Isaac Newton
‘Ehi, c’è un tizio che è salito sulle nostre spalle’.
- Giganti

Un 'Coffee Table Book' - un libro nato, prima di tutto, per raccontare a me stesso ciò che non posso vedere ma che sento profondamente: il Mistero del Basket. Tutto quello che dovevo fare era stare a bordo campo e provare a dare a quel mistero un volto visibile. Ho iniziato a cercare dentro di me parole e immagini visive che potessero raccontare la storia nascosta - un compito che credevo impossibile. Anche se scrivere può essere più facile ora, con l'età e l'esperienza, era ancora incredibilmente difficile dare forma visiva a un sentimento.

Volevo amplificare quei momenti silenziosi e privati ​​di intimità — o la sua assenza. Sono attratto dal catturare i momenti piccoli, sottili, apparentemente insignificanti e presentarli come grandiosi, significativi e pieni di vita. Il linguaggio del corpo, gli occhi consapevoli, sempre fissi su qualcosa appena oltre la cornice del campo, suggeriscono interiorità, complessità e una vita che continua anche dopo che lo spettatore se n'è andato.

Tutto parte da uno ‘sguardo’ che ha imparato a vedere, anche dove tutto sembra spento — e da un campetto, l’ultimo visitato: quello di Mariano Comense, Como Italia. Un luogo attraversato da pregiudizi e preconcetti, spesso liquidato con superficialità o giudicato con arroganza. Eppure, dentro questa nebbia voluta, si alza una voce silenziosa: è il grido libero e ostinato di ragazzi che non abitano i margini geografici, ma quelli mentali di alcune ‘visioni’ del paese. Ma non parla solo di un luogo. Racconta anche di molti altri campetti sparsi nel mondo, diversi e lontani, eppure simili nella loro sete di espressione, identità e riscatto.


Queste pagine sono un gesto di ascolto. Un atto di gratitudine verso tutte quelle voci che, nel silenzio, continuano a giocare, a resistere, ad esistere. Questo libro è un invito a portare la saggezza nel mondo - quella saggezza che sa ascoltare, che sa vedere, che sa liberarsi dai recinti mentali in cui ci rinchiudiamo. Parla del mondo vero, quello che spesso non riusciamo a scorgere, o che rifiutiamo di vedere, perché troppo distante da ciò che ci è stato insegnato a considerare reale. Ma nessuna di queste parole, nessuna di queste intuizioni nasce da me. La saggezza è già qui, da sempre.

Intessuta nei gesti silenziosi e nei volti dimenticati di generazioni senza numero - trasmessa, praticata, sussurrata e vissuta da saggi, grandi e piccoli, molti dei quali camminano accanto a noi invisibili, inascoltati, resi muti dal nostro pregiudizio, annebbiati dalle distrazioni del mondo. Vedo anime luminose passare tra la folla con la grazia discreta dell’ordinario. Nemmeno loro sanno di essere straordinarie. No, non sono io a possedere la saggezza. Ho solo provato a tradurla in parole che perfino io potessi comprendere. Sono soltanto un tramite, un interprete per i saggi. In verità, sono loro i veri autori di questo libro: io sono solo colui che batte sulla tastiera, che imprime immagini sulla carta, che tenta di dare forma a ciò che da sempre esiste.

- Desidero ringraziare i co-autori del libro, Gabriele Sironi, Fabio La Rosa, Riccardo Sironi, Walter Ferraioli, per il contributo dato per il libro e la passione che hanno per la pallacanestro ed i campetti.
- I miei più sentiti ringraziamenti vanno a tutti i ragazzi dei campetti da basket da strada, incontrati durante i miei viaggi in diversi paesi, che mi hanno donato non solo le loro interviste e i loro pensieri, ma soprattutto frammenti preziosi della loro anima - espressioni intime e autentiche che ho avuto l’onore di custodire e riportare nelle pagine di questo volume - eravate lì anche in silenzio.
- Grazie a ... il cui occhio ha trasformato attimi fugaci in echi duraturi. Le tue fotografie hanno dato forma all’invisibile.
- Sono profondamente grato a tutti i ‘grandi’ allenatori che ho incontrato lungo il mio cammino, dai quali ho appreso non solo conoscenze tecniche, ma anche una comprensione spirituale - pratiche di meditazione, respirazione e quiete interiore.
- Ultimo, ma non meno importante, ringrazio gli Amici che si sono presi il tempo di leggere interamente le mie prime bozze e hanno offerto molti suggerimenti utili, tra cui ...

A tutti loro - e a quelle voci, gesti e presenze non nominate che hanno silenziosamente plasmato questo viaggio - il mio più sentito grazie. Questo libro esiste grazie a voi - porta molte mani e cuori.

‘Il Sottile Disegno del Nulla’ non si riferisce al vuoto, ma alla cancellazione. Non alla distruzione, ma alla neutralizzazione. Non alla violenza, ma al controllo mascherato da cura. Il campetto non è mai stato un luogo innocente. È stato un rifugio, sì, ma anche una frontiera. Chi lo racconta come un paradiso perduto non ci ha passato abbastanza tempo, o ci è passato senza pagare il prezzo. Nel campetto impari presto una cosa: nessuno ti deve niente. Se resti, è perché reggi. Se te ne vai, è perché puoi. E questa possibilità — andarsene — oggi sta scomparendo.

Negli ultimi anni hanno iniziato a colorarli. Li chiamano ‘riqualificazioni’. Nuove panchine, canestri lucidi, murales con parole come ‘inclusione, comunità, futuro’. Poi, inevitabile, il logo. O i colori sociali. Grande abbastanza da essere visto. Non abbastanza da essere discusso. Non fraintendermi: il problema non è il colore, né il canestro nuovo. Il problema è quando il gesto sostituisce il senso. Quando il campetto diventa vetrina e non rischio. Il vero problema non è il campetto rifatto. È chi ne controlla il senso.
Il campetto dei ghetti aveva un’essenza che oggi si sta perdendo. Non perché fosse sporco, ma perché era autogestito e ora è normato, era anonimo e ora è firmato, era rischioso e ora è sterilizzato, era vero e ora è narrato. Il campetto non muore quando viene pulito. Muore quando smette di appartenere a chi lo vive. Il colore non uccide. Il controllo simbolico sì. Il campetto originario dei ghetti non prometteva salvezza. Non vendeva redenzione. Non diceva: ‘ti aiutiamo’. Diceva: ‘Qui sei solo. Se vuoi restare, devi reggere’.

Questo è il punto che oggi nessun progetto istituzionale può tollerare. Perché non è vendibile. Non è rassicurante. Non è educativamente corretto. E soprattutto: non è controllabile. Il sistema non sopporta luoghi dove la verità è esposta. Il sistema non vuole uomini. Vuole utenti educati. Il campetto dei ghetti, nel bene e nel male, produceva uomini. Perché un campetto vero non è ‘pulito’. È vivo. E dove c’è vita, c’è disordine. Chi mette i soldi dice di farlo per i ragazzi. Ma i ragazzi non vengono ascoltati. Vengono gestiti. Il controllo oggi non passa più dalla violenza esplicita. Passa dal permesso. Dall’orario. Dal badge. Dalla convenzione firmata ‘per il loro bene’. Nel ghetto, se non stavi bene, te ne andavi. Qui no. Qui resti, anche quando qualcosa ti sta mangiando dentro, perché andarsene significa perdere tutto.

Questa non è cura. È possesso con una buona grafica. So che non è tutto così. So che esistono persone oneste, allenatori veri, realtà pulite. Ma queste persone non compaiono, non hanno colore, non hanno voce. Si perdono nell’oblio del silenzio ma risplendono nel ‘vero bene’ per i ragazzi. Le ho incontrate. Le rispetto. Quando invece qualcuno compra il diritto di ‘aiutare’ in cambio di un marchio, non sta più donando: sta investendo. Trasforma l’esistenza dei ragazzi in una superficie espositiva. E il problema non è solo di chi mette i soldi, ma di un sistema che lo permette. Perché quando un sistema consente di scambiare consenso, spazio e identità con un logo dipinto sul cemento, quel sistema ha già fallito. Quando il ‘bene’ ha bisogno di essere firmato, non è più bene: è ritorno d’immagine. Io ho sempre seguito il profumo del ‘vero’, controcorrente allo standardizzato senso sociale odierno. Un profumo ormai perso nei labirinti del potere. Ho sempre scorto ‘abbastanza immagini’ in giro nei campetti. Nella mia esperienza, quel ‘abbastanza’ ha sempre superato la soglia del tollerabile.

Questo libro non nasce per convincere. Nasce per disturbare. Non chiede di essere d’accordo. Chiede solo di non fingere di non vedere. Perché ci sono luoghi che non muoiono quando vengono distrutti, ma quando vengono messi in sicurezza.
E il campetto, quando smette di essere un rischio, smette anche di essere una possibilità.

Basketball Reawakening

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