Oggi molte strutture sportive assorbono quasi totalmente il tempo dei ragazzi. Non lo accompagnano: lo occupano. Allenamenti quotidiani, partite, tornei, richieste costanti di presenza trasformano lo sport in un lavoro non retribuito, sorretto dalla promessa di un sogno che, nella maggior parte dei casi, non avrà mai corpo. Il fine non è più l’evoluzione dell’essere umano, ma la performance della struttura. 'L’essere’ viene ridotto a ‘diventare’: diventare atleta, diventare vincente, diventare funzionale.
Il dogma più ti alleni, più diventi bravo si trasforma così in una violenza psicologica: una falsa meritocrazia che distrugge la creatività e svuota il gioco del suo significato originario. Il ragazzo non gioca più per sé. Gioca per compiacere l’allenatore, la società, il sistema. Ogni gesto viene valutato, corretto, misurato. Ogni errore è sorvegliato. Il tempo libero scompare. E con esso scompare il diritto al vuoto, all’imprevisto, alla noia fertile. ... continua.